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4 marzo 2010
Le dimissioni di Girolamo e le criticità del voto all’estero
Scegliendo il percorso per lui meno “doloroso”, Nicola Di Girolamo ha rassegnato le dimissioni dalla carica di Senatore della Repubblica italiana con un intervento denso di “parole e sentimenti nobili”, bontà sua, pronunciato nell'aula del Senato. Le dimissioni avrebbe dovuto darle oltre un anno fa allorché fu chiesto l'annullamento della sua elezione per palesi irregolarità, ma la storia è nota: la maggioranza di Governo, ricorrendo ad una escamotage vergognosa, congelò la richiesta di destituzione e bloccò il corso della giustizia. Quella stessa maggioranza che senza pudore e senza ritegno lo ha applaudito con foga al termine del suo intervento.
Il clamore suscitato dal caso Di Girolamo e dal sistema di corruzione che vi gravitava attorno, ha ferito profondamente le comunità italiane all'estero, tradite nei loro valori di lealtà e sacrificio che hanno sempre incarnato nei Paesi del mondo. Di Girolamo non è mai stato un italiano all'estero, anzi ha truffato, si è candidato dichiarando il falso e cioè di essere residente all'estero mentre, in realtà, è sempre stato in Italia. Tutto ciò si è purtroppo concretizzato con la complicità di qualche funzionario della rete diplomatico-consolare e la sua elezione, stante la richiesta dei giudici e secondo l'evidenza dei documenti riportati dalla stampa, è il frutto di connivenze malavitose. Ciò rappresenta un tradimento nei confronti della comunità italiana in Europa, un tradimento che ha portato un abusivo a sedere nei banchi del Senato della Repubblica.
Il circuito massmediatico italiano si è tuffato a capo fitto su quello che è stato definito lo scandalo del voto per gli italiani all'estero, ma la realtà è che abbiamo assistito ad una “esportazione” del malaffare dall'Italia all'estero. Certamente il caso è eclatante ma non può infangare una sacrosanta conquista di una moltitudine di concittadini italiani che vive fuori dai confini nazionali, ottenuta con la legge 459 del 2001 che ha dato effettività al diritto dell'esercizio del voto. Caso mai bisogna migliorare tale normativa rendendola più rispondente all'articolo 48 della Costituzione, che definisce il voto “personale ed eguale, libero e segreto”. Il voto per corrispondenza è praticato in molti Paesi senza gli scandali che hanno accompagnato il nostro agire (in Svizzera oltre il 60% della popolazione vota per corrispondenza), ma si tratta - come ha giustamente rilevato l'on. Tremaglia - di un problema di civiltà delle persone; la falla apertasi con il caso Di Girolamo ci obbliga però ad agire per modificare il sistema elettorale.
Non si può cogliere l'occasione offerta da un conclamato caso criminale per buttare tutto all'aria dimenticando il progetto generale e le ragioni che hanno portato il Parlamento italiano ad istituire la Circoscrizione Estero.
Numerosi parlamentari eletti nei collegi nazionali italiani sono sottoposti ad indagini della magistratura, alcuni condannati già in primo grado e un autorevole membro del Governo è accusato di collusione con la criminalità organizzata, ma tutto ciò non credo che debba privare il popolo italiano dell'esercizio del voto. Lo scandalo vero è che in questi casi scatta il sentimento di sopravvivenza e di autodifesa e si bloccano le indagini così come è vergognosamente accaduto quando il Senato doveva decidere sull'annullamento dell'elezione di Nicola Di Girolamo.
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