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4 marzo 2010
Il ruolo degli Istituti Italiani di Cultura per la promozione del Made in Italy
Mentre la Francia attraverso un radicale riforma di sistema si appresta a rilanciare la diplomazia culturale realizzando una vera e propria rivoluzione, con conseguenze incisive sul piano della promozione della Francia nel mondo, l'Italia non riesce neanche a fare un dibattito serio e di prospettiva su quanto è necessario fare per risollevare la sua “immagine” nel mondo. Non riusciamo, non siamo in grado di mettere in campo strategie complesse, integrate e pluridirezionali, capaci di coniugare la promozione del patrimonio artistico e culturale con la promozione del nostro sistema economico e produttivo.
La Francia, a giudicare dal progetto di riforma, lo ha già capito ed è pronta a porre in essere una vera e propria strategia innovativa, un soft power sotto il vessillo dell'Institut Victor Hugo, che sarà il nuovo simbolo della Francia in giro per il mondo, in più di 150 paesi, come già avviene per la Spagna con il Cervantes, per la Germania con il Göthe, per il Portogallo con il Camoes ed ora anche per la Cina con il Confucius. Uno smart power di cui è strumento anche il britannico British Council e che sembra essere il mezzo più appropriato di influenza di cui si sono dotati i Paesi più attivi sullo scenario globale, all'avanguardia della diplomazia che sta contagiando anche il Giappone, la Corea, Taiwan, l'India ed il Brasile, che stanno riflettendo sulle nuove strategie di smart power.
Come si vede inizia una nuova battaglia per la presenza culturale nello scenario globalizzato, una battaglia che la terra di Dante non può perdere, sarebbe un grave peccato di omissione. Ma con quali strumenti?
Gli Istituti Italiani di Cultura sono stati spesso criticati ma è una critica troppo generalizzata, per ceri versi ingiusta e soprattutto non corrispondente alla realtà dei fatti.
La promozione dell'immagine dei prodotti italiani all'estero, così come l'organizzazione delle iniziative di promozione commerciale, è missione propria degli Istituti di Commercio Estero e delle Camere di Commercio italiane all'estero. Se questi hanno bisogno di essere “riorientati” per ottenere migliori performance è su di essi che bisogna intervenire, evitando le analisi sommarie.
Il ruolo del nostro patrimonio culturale per la promozione dell'immagine dell'Italia nel mondo è importantissimo. Ma oltre al made in Italy “light”, cioè la moda, il design, i film, che sono certamente prodotti di esportazione, ma che vengono sempre più fabbricati lontano dall'Italia, e la cui competitività nel medio periodo non è sostenibile, bisognerebbe tornare a valorizzare anche il made in Italy “heavy”, basato sulla conoscenza, sulla cultura scientifica, sulla tecnologia. Non dimentichiamo che il “marchio” Italia è fatto anche di tantissimi altri straordinari aspetti.
Agli Istituti Italiani di Cultura spetta il compito di diffondere la conoscenza della lingua e della cultura italiana, anche in contatto con le imprese che vendono prodotti culturali; ma il mondo è cambiato, chiunque può andare su Internet e documentarsi, occorre concentrarsi su percorsi e strategie diverse. Gli IIC oltre ad essere “diffusori” di cultura devono essere anche “broadcaster” di cultura, sfruttando i mezzi tecnologici di oggi, e “concentratori” di cultura, organizzando anche contatti tra i nostri scienziati e il Paese ospitante, in modo da poter “drenare” cultura scientifica e tecnologica dall'estero verso l'Italia. Su questo versante occorre sottolineare che molto è stato fatto, abbiamo una rete primaria di 90 Istituti di Cultura operante in 60 Paesi, ma abbiamo anche una rete secondaria di attività svolte da Ambasciate e Consolati che con pochi mezzi copre vaste aree geografiche come l'Asia e la zona del Golfo Persico, con il ricorso ai moderni mezzi di diffusione.
L'Istituto Cervantes spagnolo ha un finanziamento di 70 milioni di Euro annui contro i 14 dei nostri Istituti (che diverranno una diecina nel 2011), il portoghese Camoes ha incrementato di 40 milioni la sua dotazione del 2010 ed il Goethe che è presente in un centinaio di paesi ha visto aumentare il suo budget del 30% nel periodo 2005-2009. Insomma, i nostri IIC più che operare annaspano.
Gli IIC costituiscono un punto di riferimento importante e concreto per la diffusione della nostra cultura umanistica e scientifica come ben sa chi vive all'estero. Vi sono esempi te testimonianza concrete di direttori di Istituto che a risorse limitate fanno corrispondere risultati eccellenti. Ma il peggioramento dell'immagine complessiva dell'Italia all'estero (oramai pochi riescono ad appassionarsi alle nostre vicende e soprattutto a comprenderle), non facilita di certo la diffusione e l'affermazione del brand. Dobbiamo dunque ripartire da lì, ben consci che una riforma è buona se riesce a interpretare le esigenze reali che il sistema richiede in un quadro definito di politica estera del nostro Paese.
Dare sostanza e vitalità alla diplomazia culturale nel modo più rispondente ai tempi significa allora prima di tutto credere in noi stessi, nel fatto che esiste una comunità che vuole guardare al futuro in dialogo col mondo.
Per farlo iniziamo con l'affrontare con urgenza la riforma degli IIC di cui si parla da oltre un decennio senza risultati concreti. Speriamo che non ci si accorga troppo tardi che era ora di agire! (In allegato la mia proposta di riforma degli IIC)
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